Sorry but i’m titleless.

Introduzione:

(…)

La stanza non le è mai parsa tanto stretta.

Si ricorda ancora come nei mesi i suoi ricordi la modificavano rendendola enorme.

E adesso c’è un silenzio dietro l’altro, un silenzio talmente ingombrante da occupare qualsiasi spazio percorribile tra loro. Non ci si può nemmeno muovere, si rimane immobili pur fingendo di agire.

Ma in quella stanza c’ho ballato, in quella stanza c’ho sognato.
In quella stanza c’ho cambiato le lenti scure dei miei occhi scegliendone un modello diverso e colorato.
Quella stanza adesso la lascio senza guardarmi intorno e calpesto a piedi nudi il vetro delle lenti colorate che avevo scelto, incosciente, di indossare.

Ma anche il sangue sembra sia bianco. Asettico.


Svolgimento:

Asettico, come gli occhi di lui in quell’istante.

Ed allora

Vai via da qui,
le dicono quegli occhi, più della stessa voce.

Vai via da qui,
si ripete lei. Si sussurra. Si urla, ma restando sempre in silenzio.

Chissà se la porta ha fatto davvero tutto quel rumore che le è sembrato di sentire mentre correva giù per le scale.

Voleva davvero sbatterla?

o voleva andar via chiudendola piano?

Fuori piove. Piove dentro.


Conclusione:

Lui ha ripulito il karma di lei con fare quasi maniacale mentre il suo invece, di karma, adesso giace sudicio sullo stesso pavimento da cui l’ha costretta a raccogliere in fretta i vestiti.


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Limoni

arena

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a-  Nel caso in cui non te ne fossi accorta il sole sta splendendo da un bel po’.

b-  La mattina qualcuno impara a suonar le percussioni dentro al mio cranio.

a- Non hai imparato alcuna parola nuova oggi a colazione.

b-  Ho buttato giù caffè diluito con l’acqua senza capir davvero cosa mi stessero dicendo in tedesco.

a-  Devi riordinare il balcone, c’ hai una gran fortuna con un balcone così grande a Berlino.

b-  Ho comprato al mercato una pianta per il balcone nuovo e vorrei non dovesse morire mai.

a-   Hai fatto la doccia alle 5 del mattino e l’hai fatta al buio.

b-   La doccia di questa casa è un giocattolo a cui non so resistere, credo farò tante docce.

a-   T’eri proprio innamorata della piscina ma avevi pensato che settembre sarebbe stato già freddo.

b-    Mi sono tuffata in piscina e ci sono rimasta fino a farmi diventar le labbra viola.  L’avevo sognata.

Poi il grigio invernale mi peserà sulle palpebre ed allora voglio esser satura di colori.

Poi la vena romantica si tramuterà in nostalgica ed allora voglio esaurirla adesso, spremendo la mia     fantasia come un limone.

E lancerò i limoni contro la tua finestra, lancerò tutti quelli che ho spremuto.

b-  E non fingere di esser cattiva.

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Future. O febbre.

Estate che fa sentir freddo, brividi di euforia mischiati e sussulti e timori.

Il futuro, quella parola che asserivo non esistere per me e per gli altri, sudicia invenzione del linguaggio, trappola per sognatori, gabbia per codardi.
Ed io, né sognatrice né codarda.
E voi. Voi?

La spiaggia mi rosica i piedi, il sole rende lucida la pelle, la febbre mangia la mia fame ed io mi sciolgo nel letto accecata dalla luce bianca del Mac.

Quale futuro, quale città.

Non vedo niente, alcuna prospettiva. Sono cieca o sono negativa.

Sono realista.

Oui oui, realista. No no, negativa.

Terra mia trattienimi a te, accoglimi nelle giornate asfissianti col tuo abbraccio umido.

Guarisci terra mia, le tue strade sudicie e le tue notti vuote sono forse più forti dei tuoi colori e della tua luce?
Dei tuoi falò scoppiettanti attorno a cui balliamo promiscui e sbronzi.

Ed è solo ferragosto.
Ferragosto.

Ecco dicevo, il futuro, io asserivo non esistesse e lui come uno spirito innervosito dalla mia presunzione, mi tira dai vestiti, mi trascina a terra e mi urla:

-Brutta stronzetta alla fine eccomi qui, credevi non mi sarei presentato?

è proprio lui?

scema.

è un delirio da febbre non-suina ma maledettamente porca.

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Stai zitta.

Sono pronta per riaverti,
ancorato al mio respiro.



Lo dice Cristina Donà dalle casse del mio stereo mentre vado dilaniando pensieri con tentativi di razionalità e il caldo sporca l’umido rimasto sulla pelle dall’ultima doccia.

Feisbuch oggi mi dice che gli ex amano come non hanno amato mai.
Le mani mi dicono tremando che fremono per riabbracciare l’invisibile.
Ma qualcuno ieri ha detto che all’invisibile non ci crede più da tempo, Marco credo, si lui.

Io l’invisibile lo percepisco attaccato al corpo. Insomma io si che ci credo.

Ho visto solo stelle buone sulla tua pelle
se tornerai domani saprò darti quelle perse.


Eccola di nuovo qui, la percezione, che via da quella casa non sei andata mai e sei rimasta accucciata in quel letto allagato di sole.

guardo fuori ed è l’alba
come fuggono le ore da qui
e ci dobbiamo salutare.


Le cose non dette risuonano tra mura che non ti hanno visto mai mentre mia sorella ride del tuo nome ed io rido di me stessa.

lascerò che tutto sia sospeso
fino a quando non ci rivedremo.



Cristina Donà sentenzia  ancora ferma sul repeat riguardo pensieri e sentimenti ed io osservo colpevole la pila di libri per la tesi da aprire accanto a me.
Cristina Donà voglio spegnerti e smetterla di ascoltare ste frasette patetiche che strimpelli.
Ma no, Cristina dai continua.
Dai, ancora.

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Deutsches Unterricht ad Eberswalder Strasse.

Fernweh: nostalgia di qualcosa che è lontano.

Heimweh: nostalgia di casa propria (patria mi pare arcaico)

Nostalgie: nostalgia, si quella nostalgia.

Sensucht: quella che avete studiato a scuola. Si si il romanticismo, lo ricordate no? Nostalgia elevata alla potenza. Nostalgia della nostalgia.

-Mi piace ardentemente la possibilità di esprimersi con tale precisione-  penso mentre sto seduta ad aspettare la metro ad Eberswalder-strasse -Se solo mi esprimessi-  Se solo.
Fernweh: soffocante.

Heimweh: zero.

Nostalgie: particolarmente intransigente ma a tratti piacevole.

Sensucht: momentaneamente interrotta per problemi tecnici.

Perché per me la paura è un motivo tecnico, vista biologicamente è davvero un motivo tecnico.

Ho bisogno di motivi tecnici, ho bisogno di biologia, ho bisogno della scienza, ho bisogno che l’empatia e la malinconia si trasformino in un pezzo ben incastrabile con la teoria darwinista, nient’altro.

Penso a Darrwin mentre la metro lascia Eberswalder strasse.

Penso a Darwin…

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De interpretazione

Scivola lei sullo sguardo di lui.
Tutto scivola liscio intorno a loro.
Scivola lui sulle parole di lei.

Scorre lei sulle cose non dette. Che se le dici fanno paura, e se non le dici però fanno male.
Scorrono le biciclette veloci schivando i binari del tram davanti a loro.
Scorre lui in fretta sulle frasi complesse di lei, che capirle comporta troppo sforzo.

Li guardi da fuori ‘sti due e chissà cosa credi si stiano dicendo, ma ecco, non si stanno dicendo un bel nulla. Prova a interpretare dai.

Guarda lei, patetica da vedere, c’ ha l’occhio lucido sul punto di piangere.
“Mischina”
Guarda lui, insicuro, sbuffa impaurito dall’occhio lucido di lei.
“Prevedibile”

E poi c’è sto -terzo-in-comodo- che li studia dalla sua finestra e rimane sveglio tutta la notte per rielaborare il labiale delle loro frasi e sbrogliare la matassa degli sguardi ricollegandoli al verbo.

Ma le dinamiche son chiare proprio a tutti, a tutti tranne che a lui, che testardo, si concede ulteriori interpretazioni.
Ed ancora sempre, l’ interpretazione delle interpretazioni.
Ah, snervante.
Non è che chiuderesti la finestra?

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Scenari dolcemente apocalittici.

Una notte di un martedì ventoso e tiepido, passandoci con la bici, mi accorgo di esser l’unico essere umano nell’intera Alexander Platz.
Freno e.
Freno e Staziono felice giusto sul confine tra luogo e non luogo.
è un deserto di cemento carico di scorci trash che canticchiano la peggior musica dei decenni passati.

Provo a scattare una foto, impossibile però per me catturare il fascino dello squallore di uno spazio così anomalo.
Schade.
Mi accontento del ricordo,
notevole dai.
IMG_5098

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